Chung Kuo, Cina di Michelangelo Antonioni

giovedì 27 e venerdì 28 febbraio
ore 16.00-19.00
Aula G2 Polo Guidotti (via Trieste, 38)

INTRODUCONO
Sandra Lischi (Università degli Studi di Pisa)
Mario Pezzella (Scuola Normale Superiore)
Danilo Soscia (giornalista)

Poco più di 30 giorni, tanto dura il viaggio in Cina di Michelangelo Antonioni e della sua troupe. Tra maggio e giugno del 1972 il regista ferrarese raggiunge la Repubblica Popolare con il fine dichiarato di percorrere migliaia di chilometri, e visitare così palazzi, fabbriche, campagne, metropoli, la prima ‘sede’ del Partito Comunista Cinese, ospedali. Se la Cina era percepita allora – anche dagli occhi dei cineasti occidentali – come il continente del socialismo realizzato, era necessario raccontarne il volto, raccoglierne un’immagine che fosse al contempo documentazione filmica e molecola iconica di qualcosa che era stato – fino ad allora – altro da sé.

Girato a colori, la prima trasmissione di Chung Kuo, Cina fu tuttavia in bianco e nero sugli schermi della Rai. Venne poi replicato ben sette anni dopo – quando già il lavoro di Anonioni aveva assunto un valore documentario, visti gli stravolgimenti della politica interna cinese proprio a partire dal 1973 -, questa volta a colori, per poi scomparire fino al 2007, quando l’editore Feltrinelli lo ha ridistribuito nella collana Real Cinema (2 Dvd, accompagnati da un volume a cura di Mario Capello, che ha raccolto testi e interventi sulla Cina di Alberto Moravia, Goffredo Parise, Federico Rampini, Tiziano Terzani, Dacia Maraini e Gianni Vattimo). Il lungo periodo di buio intercorso tra questi due estremi, appartiene al mito, alla tessitura documentabile solo dalla titanica pazienza di chi volesse ricostruire le comparizioni avvenute nei festival piccoli e grandi, e nelle rassegne specializzate.

Sarebbe quindi lecito domandarsi: cosa resta delle quasi quattro ore di documentario girato da Antonioni durante uno dei periodi più complessi della storia cinese?  Nella memoria degli spettatori ben poco, ragion per cui l’Istituto Confucio della Scuola Superiore  Sant’Anna di Pisa in collaborazione con il Corso di laurea  in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione, in occasione dell’edizione 2014 del Pisa Chinese Film Festival ha scelto di riproporlo in due tempi con il commento e l’introduzione di Sandra Lischi (Università degli Studi di Pisa) e Mario Pezzella (Scuola Normale Superiore).

Inviso alla sinistra italiana coeva che aveva visto decostruito il mito cinese dalla pellicola di Antonioni, il documentario non ebbe grande fortuna nemmeno in Cina dove divenne uno dei capi di accusa che Jian Qin, moglie di Mao, rivolse a Zhou Enlai, ritenuto responsabile di una ‘scellerata’ politica di apertura verso l’Occidente, la stessa che aveva consentito ad Antonioni di girare il suo lavoro.  Antonioni si guadagnerà così, addirittura dal «Quotidiano del Popolo» di Pechino, la scomunica per «ostilità verso il popolo cinese». Al di là delle ovvie ragioni strumentali, sarà interessante ricostruire l’orizzonte storico contro il quale Chung Kuo, Cina si stagliava, così da evidenziare con maggiore compiutezza gli elementi che risultava irricevibili dagli organismi politici – e di propaganda – della Repubblica Popolare Cinese.

Tuttavia il lavoro di Antonioni – al di là degli esiti archeologici di una sua riproposizione al pubblico odierno – rappresenta un documento sensibile sulla irriducibile ricerca estetica espressa dal cineasta ferrarese. Elementi di continuità semantica esistono – e sono ancora oggi evidentissimi – tra il documentario ‘cinese’ di Antonioni e il suo cinema precedente, quasi il primo fosse in continuità con il secondo. Il gusto per il ritratto, la poetica degli oggetti inanimati, la critica antiborghese, l’esaltazione della funzione poetica dell’inquadratura quale strumento di oggettivazione del mondo e delle sue contraddizioni più o meno evidenti agli occhi, sono solo alcuni degli aspetti che emergono ancora con forza dalla visione di Chung Kuo, Cina di Antonioni.

(Testo di Danilo Soscia)